- Estensione
- Geologia
- Flora
- Fauna
Il parco ha un'estensione di circa 40.000 ettari (più 60.000 di pre-parco a zona di protezione esterna) ed interessa le Regioni: Abruzzo, Lazio e Molise.
I Comuni compresi nel territorio sono: Pescasseroli, Opi, Villetta Barrea, Civitella Alfedena, Barrea e Alfedena (Alto Sangro);
Bisegna, Gioia dei Marsi, Lecce nei Marsi e Villavallelonga (Marsica Fucense);
Scanno (Valle del Sagittario); Alvito, Campoli Appennino, San Donato Val Comino, Settefrati, Picinisco e San Biagio Saracinisco (Valle di Comino);
Pizzone (Mainarde).
Fiumi: Sangro, Melfa e Giovenco.
Laghi: Barrea, Vivo, Montagna Spaccata, Pantaniello.
Vette appenniniche: Monte Petroso (2.249 m), Meta (2.242 m),
Marsicano (2.245 m),
Greco (2.285 m).
Il Parco nazionale d'Abruzzo si estende sulla confluenza di tre Regioni Abruzzo, Lazio e Molise e comprende una una serie di massicci montuosi, altipiani, valli, fiumi e laghi dell'Appennino Centrale.
Una struttura complessa, quindi, che già da sola testimonia l'enorme varietà di situazioni ambientali e culturali, tanto diverse tra loro proprio perché, nonostante la vicinanza, le montagne stesse nei secoli hanno fatto da "barriera" tra le popolazioni.
Oggi, naturalmente, non è più così. Ma, ad un attento osservatore certamente non sfuggono le "sfumature" negli usi e costumi delle popolazioni residenti.
Geologicamente, le montagne del parco sono tra le più interessanti dell'Appennino: anche perché offrono una concentrazione di aspetti insoliti e fenomeni diversi che le rendono un vero e proprio campo di studio della remota storia che ha formato il nostro Paese.
L'intera dorsale centro-appenninica è costituita, com'è noto, da rocce sedimentarie d'origine marina, depositate negli ultimi 200-300 milioni di anni su un basamento di rocce ancora più antiche, ripetutamente deformate e sollevate.
La natura del massiccio che ricade nel Parco vero e proprio è essenzialmente calcarea, a volte dolomitica, anche se non mancano tratti di formazioni arenaceo-argillose.
La morfologia è varia ed articolata. L'origine delle rocce risale al periodo compreso tra il Mesozoico e il Terziario.
Nel corso dei millenni due fattori naturali di modellamento hanno influito su queste montagne:
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il glacialismo
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l'azione dei grandi ghiacciai che nel Quaternario discesero da nord lungo l'Appennino, scavando le tipiche larghe valli a forma di U, incidendo gli ampi circhi glaciali, depositando ammassi di detriti morenici e spostando nel modo più bizzarro i grandi massi erratici, tanto da trasformare i connotati di tutta l'orografia della zona;
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il carsismo
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l'escavazione di grotte, cavità, doline e inghiottitoi per l'opera incessante delle acque: capaci di sciogliere la roccia con azione lenta ma grandiosa, fino a formare veri e propri fiumi sotterranei.
Il vero carattere del Parco è offerto dalle foreste: estese, profonde, sconfinate.
Un manto rigoglioso che protegge le pendici e le valli, e che da lontano può apparire uniforme: ma che, in realtà, non è mai eguale a se stesso.
Di certo, la definizione del parco nazionale d'Abruzzo come parco di foreste non è pretenziosa né ingiustificata.
Dei circa 40.000 ettari di territorio attualmente protetti, almeno il 60% sono ancora ricoperti da boschi. Poi vi sono numerosi pascoli, prati e radure che coprono circa il 30% del territorio. I campi coltivati e gli altri spazi intensamente antropizzati non raggiungono il 10% della superficie totale.
Nelle foreste prevale il faggio ma, un attento osservatore facilmente scopre molte altre essenze come l'acero di monte e l'acero-fico, il pioppo tremolo, il sorbo degli uccellatori, il sorbo montano ed ancora il tasso, l'agrifoglio e la betulla, che rappresentano degli interessanti relitti, testimonianza di ben diverse formazioni vegetali del passato.
Nel cuore del parco, alla faggeta s'alternano tratti di pinete: a media quota si tratta del raro pino nero di Villetta Barrea, un endemismo della zona di particolare interesse, che cresce anche sulle rocce più inospitali.
Più in alto s'incontra, in pochi tratti delle balze della Camosciara, una pineta bassa e strisciante, d'aspetto quasi cespuglioso ma impenetrabile e fitta: è la formazione di pino mugo.
Questi due pini, ormai praticamente scomparsi dalla catena appenninica.
Alle massime quote, pur mancando formazioni arboree di una certa rilevanza, si nota la presenza di cespugli di ginepro nano, uva ursina e mirtillo.
Oltre le faggete sono spesso i querceti a prevalere nel paesaggio vegetale.
Del tutto opposta la situazione dei luoghi più caldi, dove s'incontrano inattese penetrazioni di macchia mediterranea.
Ogni angolo del bosco e del pascolo, in ogni stagione dell'anno, ha i suoi protagonisti policromi.
Grandi gigli rossi e martagoni, genziane di numerose specie, aquilegia, nigritella e la peonia e il trollio.
La flora del parco nazionale d'Abruzzo, quindi, è certamente una delle più ricche, variate e interessanti che si conoscano per un territorio di estensione relativamente contenuta del nostro Paese.
Si contano oltre 1200 specie diverse di piante superiori, accanto alle quali andrebbero schierati i vegetali inferiori (muschi, licheni, alghe e funghi, finora assai meno conosciuti ma già censiti nel numero di oltre 300 entità).
Naturalmente, come già detto, il carattere più deciso al volto botanico del parco viene impresso da boschi e foreste, e dagli alberi che li compongono, non di rado con esemplari plurisecolari.
Non c'è dubbio che gli animali rappresentino la principale attrattiva del Parco.
In ogni angolo del Parco ci si può aspettare d'incontrarli, sentirli o percepirne almeno una traccia.
Sensazioni bellissime, indimenticabili, si hanno imbattendosi in orso in fuga nel bosco, o da un branco di lupi che ulula al tramonto... Sì, perché questi animali non sono sempre così facili da vedere ed hanno poca confidenza con la presenza dell'uomo, spesso invadedente.
Per questo la visita al Parco deve essere sempre caratterizzata dalla massima discrezione.
Fortunatamente il Parco non è uno zoo, in cui gli animali sono esposti in una sorta di gogna: lasciati colpevolmente alla mercé di visitatori talvolta poco attenti e rispettosi.
La legittima proprietà del territorio è loro! Quindi, rispettando le poche, semplici regole che suggerisce la buona educazione quando si è in casa d'altri, con maggiore probabilità ci si imbatterà in qualche grosso animale.
Il posto d'onore spetta al pacifico e smisurato orso bruno marsicano, che è forse il bestione più schivo e timido di tutti, pur essendo capace all'occasione di fronteggiare il pericolo che lo minaccia con forza e agilità incredibili.
In suo onore il parco nacque e ha vissuto.
L'orso bruno marsicano è l'emblema del Parco.
L'orso bruno marsicano è una creatura strana, misteriosa, seducente: la gente lo ama e lo teme al tempo stesso.
Molti desiderano incontrarlo e, talvolta, se l'animale è abbastanza vicino, data la mole, si ha un senso di inquietudine.
È un animale di notevoli dimensioni, ben al di sotto, comunque, degli orsi nordici.
L'esemplare più grosso mai ritrovato pesava ben 230 chili. Si trattava di un maschio adulto, ritrovato purtroppo ucciso nel lontano 1918.
A seconda delle stagioni, mangia di tutto: vegetali, bulbi, tuberi, frutta, bacche, semi, ma anche formiche, insetti, larve e ogni tipo d'invertebrati. Se trova qualche grosso animale morto, non disdegna un pasto più sostanzioso.
Ben diverso dall'orso, ma non meno affascinante, è il camoscio d'Abruzzo: forse l'unica tra le grandi rarità faunistiche che sia facile incontrare, vedere e fotografare.
Il camoscio è sempre meno timoroso, ansioso, fugace; anche se, a rischio della sua stessa incolumità, abituato alla presenza umana, sempre più si fa avvicinare.
Per di più vive in branchi, allo scoperto, nei pascoli d'altitudine e in pieno giorno, e frequenta quasi sempre le stesse valli e creste montane.
Qualcuno l'ha definito, non a torto, "il più bel camoscio del mondo": diverso dal camoscio alpino, specialmente quando si fa godere nel contrastato pelame invernale, che lo arricchisce d'una elegantissima livrea.
C'è chi pensa si tratti non d'una semplice razza geografica endemica dell'Appennino, ma addirittura di vera e propria specie distinta.
Quasi impossibile, invece, è ammirare il terzo grande protagonista della vita del Parco, il lupo appenninico.
La difficoltà sta non solo per la sua scarsità numerica: quest'animale pur vivendo in branchi con una straordianaria organizzazione sociale, ha bisogno di grandi aree nelle quali poter cacciare: un feudo esclusivo del branco.
E' un animale molto intelligente, schivo e, soprattutto, ha ben capito che è meglio non farsi avvicinare dall'uomo.
Da sempre, infatti, è stato spietatamente, ingiustamente, perseguitato. Sul suo conto sono nate leggende tutt'altro che reali.
Grazie anche all'incessante attività d'informazione del Parco nazionale d'Abruzzo, da un po' di tempo la sua immagine è stata sufficientemente rivalutatata.
E' un animale tutt'altro che pericoloso o aggressivo nei confronti dell'uomo; attacca gli animali domestici solo per fame ed in caso di estrema necessità.
L'azione che esercita sulle altre creature selvatiche, pur severa, è un prezioso contributo alla selezione naturale che evita eccessive espansioni.
Purtroppo, negli ambienti più chiusi di montagna, tra contadini, pastori e cacciatori, il mito ancestrale del "lupo cattivo" è duro a morire.
Moltissimi altri animali selvatici giocano un ruolo importante nell'equilibrio ambientale del parco: la rara lontra, padrona dei recessi segreti lungo i torrenti di montagna, il gatto selvatico e la martora, silenziosi esploratori notturni delle foreste e delle forre.
Abbondantissimi sono la volpe della razza appenninica ed il tasso, mentre rara e localizzata alle praterie d'altitudine è la piccola e sconosciuta arvicola delle nevi ed, ancora, lo scoiattolo meridionale.
Tra gli uccelli: la ghiandaia, il picchio verde, il colombaccio, il gracchio alpino ed il corallino, il fringuello alpino, la coturnice, il germano reale e tuffetto rappresentano forse le presenze più insistenti e ineludibili.
Nel mondo dei volatili spiccano però i maestosi e superbi rapaci, prima tra tutti l'aquila reale, e poi la poiana, il gheppio e il velocissimo falco pellegrino.
Una vera rarità in Italia è la presenza nel Parco del picchio dorso bianco (dendrocopos leucotos).
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